Intraprendere Blog Network intervista Tara Kelly e Francesco Sullo, fondatori di PassPack



maggio 4, 2009 by
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Qual’è stato il processo che vi ha portato a maturare l’idea di Passpack?

FRANCESCO: Tara ed io lavoravamo da web designer freelance. Quando fai questo lavoro hai a che fare con tanti clienti. E per ognuno di questi devi gestire tanti servizi. Il che significa una marea di utenze e password. Capita spesso che qualcuno ti chiama e devi recuperare al volo le credenziali di accesso ai suoi servizi. Infatti, è capitato così nel marzo 2003 mentre Tara ed io eravammo in viaggio a New York. Fu allora che pensai che se ci fosse stato un password manager accessibile online, sarebbe stato tutto più facile.

Feci una ricerca e non ce n’erano. Così pensai che potevo farmelo da solo. Ma era difficile fidarsi del provider. Ci voleva una tecnologia che mi mettesse al riparo da rischi. Si parlava di password, mica niente.

Fu solo nel 2006 che mi venne l’idea di come fare. Così ne parlai prima con Tara. Poi con altri amici. La cosa che mi stupì fu che dopo il primo momento di scetticismo tutti mi dissero che se però lo facevo, loro lo avrebbero utilizzato, se glielo avessi permesso. Mi resi conto che c’era una richiesta per quel tipo di prodotto. Da lì a pensare di lanciarlo come servizio la strada fu breve.

Solo dopo scoprii che qualcuno aveva dato un nome all’approccio che avevo immaginato e che quel nome era Host-proof Hosting.

Secondo voi quali saranno i fattori che faranno esplodere la vostra idea?

FRANCESCO: Io sono convinto che lo sharing dei dati (introdotto con Passpack 7) sarà la chiave di volta che ci farà fare il salto di qualità.

TARA: Sì, senza alcun dubbio le features per i work group. Stiamo lavorando per questo momento da molto tempo.

 

Su quali killer application state puntando?

FRANCESCO: immagina di essere il responsabile IT di una piccola azienda. Immagina di condividere con ogni dipendente le password che questi utilizzano per accedere ai diversi servizi. Immagina che se scade una password tu la puoi cambiare e l’altro neanche ha bisogno di saperlo. L’altro va sul sito, clicca il suo bottone e fa l’autologin. Pensa al risparmio di tempo e di spese di help-desk (e spesso l’help-desk sei tu!) per resettare tutte le password perse. Pensa al guadagno in fatto di sicurezza.

TARA: Con il prossimo rilascio, ciò sarà possibile con Passpack. E’ un bisogno che hanno tutte le PMI a livello globale. Ci sono 25 milioni di PMI solo negli USA, e ciascuna deve gestire 100 e più password – fa come minimo 25 miliardi di password che ora come ora, non sono gestite. Passpack va a coprire questo vuoto nel mercato.

Questa domanda è doverosa per tutte le startup, quali finanziamenti di partenza e quali risorse sono arrivate in seguito alla messa on line del progetto?

FRANCESCO: Passpack vide la luce il 12 dicembre del 2006. L’innovazione attira la curiosità della blogosfera ed avemmo subito visibilità. Continuammo a sviluppare e comunicare per circa sei mesi. Poi capimmo che Passpack stava crescendo troppo velocemente per le nostre finanze e dovevamo trovare qualcuno che ci desse una mano. Abbiamo cercato sia in Italia, che a Londra e negli USA.

TARA: Se non hai mai sentito parlare di venture capital e devi cercarne, non sai veramente da dove partire. Così ci mettemmo a studiare, inserirci nel network e stendere il business plan. Il fundraising di per se è dispendioso di tempo e denaro. Così, prima di arrivare al nostro round ufficiale con gli angels, abbiamo prima fatto una piccola raccolta fondi fra amici e colleghi. Questo è il famigerato “Friends and family round”. A maggio 2008 abbiamo finalmente chiuso il “seed round” con Zernike Meta Ventures e vari membri di Italian Angels for Growth.

 

Ci raccontate delle vostre esperienze o contatti con Business Angels e Venture Capital?

TARA: Ci vogliono contatti. Fortunatamente, se i contatti non li hai, li puoi creare. E’ il famoso networking – vai ad eventi, ti iscrivi ad un gruppo online, e poi (questo sembra per gli italiani un passo spaventoso) devi parlare della tua idea a tutti quelli che incontri. I network si creano solo con la condivisione, non con il protezionismo.

L’investitore non è contro di te, non è un ostacolo che devi superare. Non c’è da lamentarsi che non ti capiscono. Se sarai aperto con loro, ti daranno un feedback preziosissimo. E’ nel loro interesse farlo. Fa parte del buon kharma che uno si deve creare all’interno di un network.

 

La vostra idea ha i numeri giusti per puntare ai mercati internazionali? Lo state già facendo? E con quali risultati?

TARA: Si è iscritto qualche giorno fa il sessantamillesimo utente. Ma su Internet è una goccia. Dimostra tuttavia che un mercato esiste e che con opportune mosse di marketing puoi certamente scalare e raggiungere i numeri che i grandi venture vogliono sentire.

Per essere internazionale, Passpack lo è di natura: è online ed è in inglese. Circa la metà dei nostri utenti sono del Nord America, e l’altra metà sparsa per il mondo. Adesso che abbiamo gettato le basi e la tecnologia è quasi completa, possiamo concentrarci sull’espansione.

 

Cosa è stato cambiato in fase di realizzazione, se è successo, rispetto al vostro business plan originale?

TARA: Il nostro Business Plan voleva come target il mondo consumer/prosumer/micro azienda. Ma ora, con un’anno di dati alla mano, è chiaro che bisogna spostare le lancette verso aziende, anche un poco più grandi, riducendo l’attenzione al mondo consumer. I consumer spendono poco e non vogliono gestire le password, vogliono ignorarle – esigenza ben diversa.

FRANCESCO: E’ una battuta nota nella Valley che il business plan il giorno dopo l’investimento si butta dalla finestra. Poi in base alla risposta del mercato, se ne fa un altro. E’ una linea guida, non un contratto a vita. Essere troppo rigidi è dannoso per l’azienda.

Faccio un’esempio. Nel nostro caso, abbiamo previsto una certa crescita, con relativo aumento di personale. Beh, la crescita era minore dell’atteso (proprio per il posizionamento sul mercato troppo consumer che diceva Tara). Ma invece di rallentare anche la crescita delle sedi e dello staff, ci siamo lasciati sopraffare da una forte spinta al rispetto del piano. E’ stato un errore, e abbiamo bruciato risorse inutilmente. Però, dagli errori si impara.

Voi fate concretamente rete con altre startup? Quali difficoltà ci sono a fare questo? Cosa si potrebbe migliorare?

FRANCESCO: La blogosfera italiana parla continuamente di social networks e cose del genere, ma poi nei fatti viviamo in un ambiente chiuso, dove collaborare è veramente difficile. E’ molto più facile stringere accordi e alleanze con aziende e servizi stranieri.

L’anno scorso siamo stati selezionati per il WebWare 100. Su 300 startup finaliste, ce n’erano solo 21 europee e fra queste Passpack era l’unica italiana. La giuria, per capirci, ci ha messo insieme a Amazon S3 o Yahoo Briefcase. Ne eravamo felicissimi. Ma i vincitori li decide il voto online. E lì ci servivano i numeri. I giapponesi, così come i francesi e gli indiani hanno fatto blocco intorno alla loro startup finalista. In Italia ci hanno ignorato quasi tutti. Senza capire che se noi avessimo vinto, l’Italia avrebbe guadagnato credibilità e anche altri avrebbero raccolto qualcosa. Non parlo di giornali, che quelli si sa che stanno sempre a lamentare il fatto che in Italia non si crea ma poi quando crei qualcosa non gliene frega nulla, parlo di blog, di altre startup, di gente che dice di voler creare ecosistemi nuovi.

TARA: E’ vero, la blogosfera Italiana tende ad ignorarci. Non proprio del tutto, ma non abbiamo certo una forte presenza. Il fatto è che le password non sono sexy, tutto qui. Tuttavia, cerco di contribuire al discorso “facciamo startup in Italia”. Scrivo di tanto in tanto degli articoli, e volentieri do una mano a neo imprenditori che mi chiedono consiglio.

Credo comunque che il rapporto più stretto con un’altra startup che abbiamo sia quello con Fhoster. Condividiamo un’ufficio a Roma. Quel rapporto ci tiene su il morale, scambiamo informazioni sui VC, gli Angel, i mercati… impariamo l’uno dall’altro. Si capisce come un raggruppamento di migliaia di startup come in Silicon Valley abbia una potenza di crescita pazzesca – la vicinanza fisica non è da sottovalutare.

In quali luoghi (fiere, eventi, barcamp o altro) siete riusciti a comunicare e a stringere maggiori sinergie per la vostra idea?

TARA: Al primo bar camp a cui ho participato ho incontrato delle donne che sono poi diventate le famose “Girl Geek”. Tutt’oggi quei contatti mi aprono delle porte, e cerco di aprirne per loro a mia volta. Dall’incontro con Bruce Perens sono nate delle relazioni molto apprezzate. Nei vari Barcamp, ho incontrato persone che sono poi diventate nostri fornitori. Contatti provenienti da un evento alla Luiss tempo addietro hanno dato luogo al nostro primo investimento. E più recentemente abbiamo participato come finalisti a Mind the Bridge da cui sono nate nuove sinergie con le altre startup finaliste. Tutto dipende, secondo me, da quanto uno è predisposto a “fare network”. Devi dare per ricevere.

Quale realtà di successo avreste voluto ideare voi?

FRANCESCO: Nel 1994 ero direttore editoriale dell’allora Diemme Editori, adesso Master Editrice. Trovavo inutilizzabili i vari Lycos, Altavista, Hotbot… Parlandone con l’editore gli dissi che secondo me ci voleva un motore che tenesse conto del valore dei risultati. Lui mi guardo e mi chiese: “già, e come si fa?” Io gli risposi: “be’, se ti linkano in altri posti vuol dire che qualcosa vali: perché non facciamo un bel motore che da un voto ad ogni sito?” Lui si fece una risata ironica e chiudemmo la conversazione. Non dico che saremmo riusciti a fare Google, ma l’idea di fondo era la stessa di Page e Brin. Magari se mi fossi trovato da un’altra parte, chissà.

TARA: Ah, questo mi è nuovo [ride]. Francesco è l’idea man. Io mi diverto a portare quelle sue idee al mondo. Per ora è Passpack, ma potrebbe essere mille cose che si inventa ogni giorno.

Avete dei suggerimenti per i nostri lettori riguardo a settori fertili da voi intravisti? Settori dove oggi si possono costruire buone realtà imprenditoriali?

FRANCESCO: Be’, dappertutto c’è di che fare. Prendi Twitter e guarda quanta roba c’è intorno. E quanta continua a venirne fuori. Basta usare i servizi attivamente e quando pensi che ti ci vorrebbe una cosa che faccia questa certa cosa qui, hai trovato il bisogno da soddisfare. E puoi partire.

Se invece non vuoi inventare molto, allora puoi sempre “importare”. Hai presente Splinder? Ha preso l’idea di Blogger e l’ha tradotta in italiano. Io credo che questo funzioni sempre. Se stai con le orecchie aperte e appena vedi qualcosa di nuovo ne fai una versione in italiano, prima che l’originale arrivi ad essere tradotto, ti sei ritagliato la tua nicchia di mercato. Questo perché gli italiani soffrono l’inglese.

Da parte mia, se dovessi ripartire adesso con un nuovo progetto, punterei a creare il successore del successore di Second Life.

TARA: Secondo me crowdsourcing più social networking fanno l’artificial intelligence in fase embrionale. La formazione dei trend (i meme) nei social media somiglia notevolmente alla formazione del pensiero umano dove ciascun neurone/persona è un nodo autonomo, riceve un input, e a sua volta spara un impulso in n direzioni. Il tutto accade secono criteri noti solo al singolo neurone/persona, criteri che possono sembrare casuali, ma che hanno un senso preciso e formano dei pattern replicabili – in un caso tale pattern sono chiamati trend, nell’altro caso: pensieri. Possiamo sfruttare queste reti per una specie di calcolo neuronale vivente? Sarebbe bello lavorarci.

www.passpack.com


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